Rewiew on I Think Magazine [IT]

Link to the review by Annarita Bucci

Istantanee da una città racchiusa tra i fiordi norvegesi, fluorescente con le sue piogge ostinate, che coccolano il passeggiatore solitario lungo il porto.

Rievocano algide atmosfere da Nord Europa il nome e la musica degli A Rainy Day In Bergen, band salernitana al suo debutto con l’album omonimo uscito per la label tedesca AF-Music.

Grandi le capacità compositive del trio, formato da Pasquale Aliberti (basso elettrico e voce), Carlo Barra (tastiere) e Diego Maria Manzo (batteria), che insieme innescano un vortice musicale di prog, classica, new wave, elettronica e dark, caratterizzato dall’assenza dello strumento rock per eccellenza, la chitarra. Mancanza che non pesa nell’ascolto delle dieci tracce, vista la volontà di riprodurre sinestetiche impressioni con l’uso quasi pervasivo dei synth.

L’intro di Perhaps semina le prime avvisaglie del sound post rock che domina il disco, passando per gli echi pop di Struggling For Breath, primo singolo nel quale si sfiora una lieve somiglianza vocale con Daniel Gildenlöw, anche se con un’attitudine meno teatrale.

Gotta Enjoy è la punta di rottura dell’album, che enfatizza le entrate elettroniche in veloci cambi di ritmo, fino alla chiusura di Not Beyond Tomorrow.

Attivi dal 2005 sotto il nome Underscore e con già alle spalle due mini Ep, gli ARDIB suonano europei e senza fronzoli, decisamente lontani dall’indie italiano dei nostri giorni, a volte melodicamente semplificato e ai limiti della retorica. Grazie alla predisposizione sperimentale e alla ricerca di nuove suggestioni, esistenziali e malinconiche, la band segna una strada alternativa per l’underground, difficilmente ascrivibile a un solo genere, e sembra unire idealmente emozioni e punti di vista opposti, allo stesso tempo complementari, come il calore di Salerno e il ghiaccio di Bergen.

Review on RockGarage [IT]

Link to the review by Marcello Zinno

Confini inesistenti, mondi capovolti. Una band che viene dal Sud Italia e che suona maledettamente straniera, come poche nostre band sono in grado di fare senza svendersi al dio mercato. Dettami incisi su pietra, formazioni in schiera come legioni di soldati. La band in questione preferisce non arruolare un chitarrista in line-up, elemento sul quale sono da sempre proiettati le luci dello show. Scelte complesse, sound atipico. Senza una sei corde sarebbe troppo facile (e banale) incentrare la scena su un unico strumento, su un unico suono, mentre in questo debut album il pianoforte classico si incontra con degli effetti moderni, il tutto riscaldato da un basso familiare. Il senso di unione sonora che va oltre il contributo del singolo componente, il piacere di apprezzare un’alchimia complessa e completa. Non appena una nota o un pattern ci colpisce ecco che ne interviene un altro di un altro strumento, segno che è il connubio l’arma vincente che rende aureo il singolo brano e non il riff che si stampa nella mente, come tanto ricercato da chi punta al successo immediato (ma breve). L’assenza di step intermedi, un operazione che segue fisiologicamente il suo corso. Le dieci tracce scorrono all’unisono senza che in realtà una rappresenti uno strappo rispetto alla sua precedente, in un continuum assolutamente naturale (Gotta Enjoy è uno dei pochi passaggi che suona diverso, puntando di più sulla parte ritmica e lasciando ad una sorta di synth e a effetti vari un ruolo del tutto secondario).

Molto difficile dare una forma a questo lavoro escludendo almeno uno dei contetti elencati in precedenza. Un album dell’omonima band molto difficile da catalogare e ciò che spiazza ancora di più è la sua grande aderenza ai diversi tipi di ascolto e di ascoltatori. Un prodotto intimista, che viene presentato impropriamente come un lavoro dark, ma che a nostro parere attinge da varie scene, dalla new wave al progressive. Forte infatti è il richiamo stilistico con i Pain Of Salvation con i quali condividono le liriche non invasive ma dalla infinita eleganza, un certo approccio in termini di musicalità e tanta attenzione sul concetto di atmosfera. Anche l’artwork risulta molto ricercato giocando sul concetto di pioggia e di acqua e basandosi su un concept grafico quasi alternative, un vero e proprio sgambetto se si volesse anticipare qualcosa di ciò che si trova inciso nel CD.

Quindi un mondo del tutto nuovo che vi consigliamo di scoprire indipendentemente dalle vostre preferenze musicali. Meglio ancora se preferite le composizioni emotive.

Review on Music Addiction [IT]

Link to the review by “La Giustizia”

Tastiera, batteria e voce/basso. Gli ARDIB sono prodotti dalla AF Music, una piccola label tedesca, e suonano una musica decadente che si fonda su una semplice e incisiva volontà: suonare rock senza chitarra. Il risultato è abbastanza piacevole, in bilico tra atmosfere dark e post-rock alternativo da college ricco di parti melodiche e spunti di prog aggiornato secondo le ultime mode del sottogenere. Si potrebbe interpretare il tutto come art-rock pianistico caratterizzato da malinconia, esistenzialismo e ascendenza new wave. In primo piano ci sono le melodie, carine e suggestive, supportate da impasti ritmici abbastanza vari e vitali. Ci sono insomma i presupposti per un sound definito e caratteristico.

I brani hanno freschezza e vigore, nonostante alcuni passaggi suonino derivati o comunque troppo lineari. Ma va bene così. La voce è riconoscibile, carica di echi dark e smithsiani, mai sopra le righe o grottesca. Basso e batteria sanno calcare la mano e creare motivi ritmici più aggressivi oppure rilassarsi in contemplazioni fedeli allo spirito e al nome che la band salernitana ha scelto. Alcuni brani pescano direttamente dalla dark wave anni ’80, è il caso di “It Has Letf”, altri hanno un umore più diretto e commerciale, come “Struggling For Breath”.

Qual è il pericolo? Assomigliare nei momenti più pop a reietti estetici tipo Keane et similia. Qual è il successo? Riuscire a rideclinare il dogma dark wave in senso melodico e spiccatamente pop-rock. Per farla breve questi A Rainy Day In Bergen hanno futuro. Sanno suonare e hanno idea e volontà poetica. E questo è quanto. Promossi.

Review on Necroweb [DE]

A Rainy Day In Bergen ist ein Trio aus Italien, das mit ihrem selbst betitelten Debütalbum nun auch in Deutschland Fuß fassen möchte.
Diesen Versuch unternehmen sie auf innovativem Wege, denn ihr Sound kommt ganz ohne Gitarren aus.
Für eine Indie-Pop-Rock-Band ist dies auf den ersten Blick ein nahezu unmögliches Wagnis, die akustische Reise durch die insgesamt zehn Songs beweist dem Hörer aber das Gegenteil.

Durch die Kombination von sehr dezenten New Wave-Anleihen, auffälligen progressiven Rock-Facetten sowie einer immensen Prise Pop gelingt dieses Unterfangen nämlich derart, dass man die Gitarren gar nicht vermisst.
Ferner sorgen die vorherrschenden Pianomelodien und warmen Synthie-Einlagen für eine gelungene Atmosphäre, bei der Gitarren – abgesehen vielleicht von akustischen Varianten – vermutlich nur störend wirken würden.

Damit ist bereits klar, dass sich “A Rainy Day In Bergen” nicht in temporeichen Gefilden tümmelt.
Vielmehr geht es bedächtig, ruhig und teils melancholisch tragend zu.

Insbesondere durch den Gesang von Pasquale Aliberti, der zudem am Bass tätig ist, transportiert die Band Emotionen an den Hörer, die stellenweise zudem von paukenähnlichen Strukturen begleitet werden, wie “A Thousand Universes” unter Beweis stellt.
Dieser Song, gegen Mitte des Werkes platziert, ist es auch, der einen wahren Höhepunkt des gesamten Albums bildet.
Gefühlvoller Gesang und dunkle Klaviertöne in Moll lassen den Titel lebendig und zugleich traurig aus den Boxen schallen, was beim Hörer nachhaltig zu wirken weiß. Schnell verliert man sich in den durch wechselndes Tempo arrangierten Song.
Nicht nur ohne Gitarren, sondern auch ohne Gesang kann man sich “A Thousand Universes” durchaus vorstellen, wenngleich dies schade wäre, denn stimmlich überzeugt Aliberti auf ganzer Linie, obschon er sehr reduziert agiert.
Zwar greift man das eine oder andere Mal auf leichte elektronische Verzerrungen im Gesang zurück (so beispielsweise in “Gotta Enjoy”), doch die meiste Zeit reicht das Timbre Alibertis vollkommen aus, um das Ziel eines jeden Liedes zu erreichen. Auch auf mehrstimmige bzw. echohafte Aspekte hätte man verzichten können, wenngleich sie nicht wirklich störend wirken.
Link to the review by Blackrose

Viel zu schnell erreicht “A Rainy Day In Bergen” trotz der teils langsamen Tracks sein Ende. Dies fällt positiv auf, während jedoch der Eindruck bleibt, dass es an Abwechslung ein wenig mangelt.
Recht ähnlich und somit auf Dauer monoton folgt eine balladeske Nummer der anderen.
Dass dadurch eine Atmosphäre aufrechterhalten wird, die fast schon Soundtrackcharakter annimmt, spricht jedoch wieder für den Silberling.

Und so bleibt ein sehr guter Gesamteindruck, der eine Wertung von 9 Punkten zur Folge hat. Gleichzeitig sei aber gesagt, dass “A Rainy Day In Bergen” vor allem in der kalten Jahreszeit zur vollen Entfaltung kommt.

Ungewöhnlich, aber gut, das sind A Rainy Day In Bergen!